La lingua e lo sport

Un osservatore superficiale potrebbe pensare che due entità così differenti, come la lingua e lo sport, non potessero centrare per niente, e in effetti avrebbe ragione. Eppure approfondendo tale osservazione si possono ricavare delle particolarità in cui lingua e sport dimostrano un legame infrangibile.

Nell’ambito dei linguaggi settoriali si distingue il linguaggio dello sport. Ogni sport dispone di un lessico speciale, lessico usato nella pratica del determinato sport, dagli sportivi, dagli arbitri e conosciuto più o meno dagli spettatori. Il linguaggio dello sport è l’insieme dei linguaggi di ogni sport praticato al mondo, ma è anche un’entità a sé stante dal momento che raccoglie gli universali di ogni tale linguaggio, vale a dire i loro elementi comuni, p. es.: il concetto del fallo. Il linguaggio sportivo più diffuso in Europa è presumibilmente quello del calcio, parecchi conoscono il significato delle parole gol, calcio di rigore, calcio d’angolo, area di rigore, fra cui si nota un concetto globale, gol, e altri concetti che in ogni lingua si traducono diversamente. Calcio di rigore per esempio in Germania prende il nome della distanza di 11 metri: Elfmeter, similmente succede in ungherese, anche per area di rigore: tizenhatos.

Vale la pena di dedicare qualche riga al termine del fuorigioco, che disponendo di un significato molto complicato, prende i suoi significanti nelle varie lingue da approcci differenti. Fuorigioco nel calcio è un tipo di fallo, che succede quando il pallone viene direzionato verso un attaccante, che sta più vicino alla porta avversaria, dei difensori stessi. In tal caso l’attaccante – che si trova in un relativo vantaggio rispetto ai difensori – si trova fuori gioco, il gioco infatti viene fermato. In inglese e in tedesco l’attaccante è offside o Abseits, cioè fuori il campo, in ungherese si trova in les: è concepito quindi come un furbastro che cerca di mettersi in vantaggio, mentre in polacco l’attaccante è spalony, cioè bruciato, infatti è stata scoperta la sua inzentione di fallire.

La lingua usata nella pratica degli sport non è uguale al linguaggio sportivo, che abbiamo visto nel paragrafo precedente. Non si tratta infatti della comprensione comune tra gli sportivi o tra l’arbitro e i giocatori, non si tratta nemmeno di comunicazione. In parecchi sport si sono inglobati delle voci di richiamo, voci di comando o altri voci speciali, che praticamente sono il fenomeno accompagnatorio dei vari sport, ma non servono la comunicazione. Per esempio nel karatè, o in altri sport di lotta, alcuni colpi o battute devono essere accompagnati da un urlo simile a kya!, che da un lato segna l’intensità del colpo, dall’altro ne fa parte: tanto è vero che nei cosiddetti kata, cioè esercizi formali, è prescritto quale colpo va accompagnato dall’urlo kya!, e durante una competizione un urlo mancato vale un punto in meno.

Negli sport con animali, come l’equitazione, le voci di comando hanno un ruolo speciale. Per es. la parola ungherese gyjá! stimola il cavallo a galoppare, pur non avendo un ruolo comunicativo dal momento che il cavallo inizia a galoppare soprattutto per la spinta che gli da il fantino con il piede o con il frustino. La parola , o invece serve per fermare il cavallo: e anche se il cavallo non si ferma per la voce pronunciata, ma per gli effetti che fa il fantino nella sella, la parola accompagnatrice non può mancare.

La lingua insomma si intreccia con la pratica dei vari sport sia creandone un linguaggio settoriale, sia manifestandosi nella vera e propria pratica sportiva. Il linguaggio sportivo riserva per gli sport un lessico specifico, per la comprensione più facile e intima per i loro praticanti, mentre la lingua usata durante la pratica degli sport può stare anche oltre il livello comunicativo presentando delle voci accompagnatrici speciali.

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